Stai tranquilla ci sono io

Ho pensato di continuare a riportare per iscritto, alcuni dei miei sogni dato che spesso molti sono davvero molto complessi e tuttora alcuni non riesco a tradurli. 

 

Era una giornata di sole; proprio in quel periodo estivo in cui vi è la raccolta del grano e i campi sono dorati. Alcuni hanno già raccolto e sono pronti a seminare qualcos’altro nei campi non ancora stati usati.

Ero assieme ad una bambina sui 5 anni e mi chiamava mamma. Era una fusione tra me e mia sorella da piccole. All’inizio del sogno ci trovavamo a Possagno (luogo in cui andai a scuola nei primi due anni di liceo), poi però proseguendo con la passeggiata, ci ritrovammo in una viuzza sterrata dove dai lati vi erano delle bancarelle con cose fatte in casa. Sembrava una di quelle feste di quartiere che si fanno dopo il rosario.

Poi però mi accorsi che quella viuzza era la stradina sterrata della casa dove vissi i miei tre anni di vita. La bambina continuava a chiedermi: “Mamma cos’è quello? Cosa sta facendo quel signore? Perchè?” Mi sentivo un po’ in imbarazzo perchè ad alcune domande non sapevo rispondere. Allora presi la bambina in braccio e la portai nella bancarella di una signora che vendeva fiori. Chiesi alla piccolina di descrivermi le emozioni che le suscitavano i profumi dei fiori e lei non faceva altro che rispondermi: “E’ bellissimo! Ci torneremo anche anno prossimo mamma?” e io le risposi di Sì.

Ad un certo punto però il cielo diventò improvvisamente nero.  E iniziò a tirare un vento fortissimo, tanto che un contadino che stava mettendo le tubazioni a terra, iniziò a volare e a piroettare su se stesso, tanto che le tubature si ruppero e il getto d’acqua stava bagnando tutti.

Avevo paura non tanto per me stessa, ma per la mia creatura. Così la presi in braccio e con lei corsi dentro casa (quella dove abitai io i miei primi anni di vita). Andai in salotto. La scena che vidi fu raccapricciante, vi era una anziana signora defunta sdraiata di lato sopra l’appoggia schiena del divano ed aveva un trucco pesante come Moira Orfei. Io avevo paura, ma rimasi forte dato che sapevo che la piccolina aveva ancora più paura di me. Le dissi: “Amore, stringi mamma qualunque cosa accada. Appoggiati sul mio collo e non guardare. Non guardare.” Io la stavo stringendo forte, chiusi gli occhi e in un baleno, il tetto venne risucchiato da un vortice nero, e noi con tutto il resto.

io sussurrai alla bambina:” Stai tranquilla la mamma è qua con te, non guardare tutto questo, tu non devi vedere tutto questo.”

Il resto era nero.

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– Stella Mattara

Ehi!

Vi era una cosa che mancava in me all’ora

e vuoi sapere cos’era?

La mia persona.

Io.

 

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– Stella Mattara

Tra una settimana arriverà il grande giorno. Come generalmente si fa nelle grandi cerimonie, per dare una svolta alla mia vita taglierò un nastro fisicamente invisibile, ma che mentalmente mi cambierà nel profondo. Darò il mio primo esame di demoetnoantropologia dando il via al mio lungo cammino per diventare psicoterapeuta, che implica 9 anni di studi O_O

Ci tengo stendere questo articolo come un dialogo generico (non è riferito a nessuno) dove prendo tutte le domande che mi vengono poste ogni volta che dico alla gente che scelta ho preso alla fine. Come finirà questo dialogo, andrà peggiorando o migliorando? Proseguite la lettura per scoprirlo!

I: interlocutore   S: Stella

Le domande che mi sento chiedere di frequente sono:

I: “Stella ma sei veramente sicura che è questo quello che vuoi fare?” “Ci hai pensato bene?” “Sai che ti serviranno molti anni di studi? Ne sei certa che vuoi studiare per 9 anni?” etc.

S: “Sì lo sono, perchè sono stata molto meticolosa nello scegliere dato che diventare psicoterapeuta non era la mia sola ambizione!”

I: “Ah davvero! Non ci credo che sei seria; c’è mio/a figlio/a che non sa nemmeno cosa vuole fare, e tu invece sei così sicura di te e delle tue scelte. Esistono pochi come te. Ebbene dimmi cara, quali erano le altre ambizioni?”

S: ” Beh molte e dato che me le hai chieste te le elenco. Dopo la scuola media ambivo ad iscrivermi all’alberghiero data la mia passione per la cucina, ma poi mio padre (odontotecnico) decise di aprire anche una azienda di piccoli frutti di bosco e quindi mi iscrissi all’agraria; ero la prima della classe, però la mia permanenza là non durò molto e dopo tre mesi me ne andai. Dovevo scegliere prima di gennaio una nuova scuola ed ero indecisa tra il liceo socio sanitario dato che amo i bambini o il liceo musicale dato che era già da due anni che studiavo privatamente canto lirico; ma nel primo non mi accettarono perchè erano classi a numero chiuso e nell’altra perchè non sapevo suonare un secondo strumento. Dove potevo andare? Considerai anche la questione lingue dato che le elementari e le medie le frequentai in una scuola internazionale di inglese e quindi finì al liceo linguistico. Durante il mio percorso di scuola superiore passai dal desiderare ardentemente nei primi due anni di liceo di diventare cantante lirica non appena terminata la scuola superiore, ma poi durante il terzo, quarto e quinto anno volevo diventare insegnante di inglese alle elementari o scrittrice (quest’ultimo escluso quasi subito), per poi alla fine del quinto anno scegliere psicologia.”

I:”Wow Stella sei veramente una persona molto ambiziosa, però ancora non comprendo perchè hai comunque scelto psicologia; la professione di insegnante è molto più semplice e non devi stare in mezzo ai matti.”

S:”Beh l’insegnate l’ho escluso semplicemente perchè comunque a me poi non verrebbe permesso di insegnare ai bambini col metodo inglese; inoltre non mi piace insegnare ad una classe”

I:”Sì ma con tutti le certificazioni in lingua inglese che hai preso!”

S:”Certo, tanti bei attestati, so parlare l’inglese come una madrelingua va bene; ma questo non implica che la debba andare ad insegnare o che li debba per forza usare in qualche modo”

I:”Allora cosa te ne fai di tutti quei certificati?”

S:”Beh considerando che questa è la mia vita e la voglio almeno terminare in un luogo più consono alla mia persona; ho pensato di sfruttarli per ricevere la cittadinanza inglese.”

I:”Okay, va bene. Ma tu credi davvero di poter lavorare come psicologa di là?”

S:”Ovvio che sì e farò i dovuti esami per poter lavorare da libera professionista di là; inoltre sono più sicura di riuscire lavorare là come psicologa che come insegnate non credi?”

I:”Sì okay, ma perchè hai questa gran voglia di aiutare le persone folli; loro sono incurabili!”

S:” Non chiamarle MATTE o FOLLI! Loro sono persone che come successe a me anni fa, si trovano a vivere una situazione in cui si sentono persi e perciò tendono  a prendere le decisioni sbagliate.”

I:” Ma ci avranno anche loro un cervello cazzo. Perchè non escono a conoscere qualcuno o non stanno con la loro famiglia. Tutta questa negatività mi fa venir male. Mi fanno schifo quelle persone prive di autostima e depresse, magari anche autolesioniste. Sono loro che scelgono di essere così, nessuno le obbliga!”

S:”Ah davvero credi questo? Pensi davvero che la gente ami soffrire e star male? Forse tu hai avuto la fortuna che in passato sei riuscito a scampare da delle situazione meschine e questo perchè tu hai sempre avuto un bell’aspetto, hai avuto un normale sviluppo fisico e non hai dovuto imparare tutto da capo all’età di 5 anni; magari durante i tuoi anni di istruzione sei anche stato sempre circondato da amici!”

I: “Beh ovvio che lo sono stato, un bambino senza amici è un bambino che non è sano; si chiama selezione naturale!”

S: “E se non fosse stata per scelta sua di essere così?”

I: “In che senso? Cosa intendi dire?”

S: “Tipo se questo bambino avesse tutti quei problemi e fosse così a causa di un incidente avvenuto da piccolo?”

I: “Come accade a te quando avevi tre anni? Beh ma tu sei sempre stata bene dopo, sei sempre stata felice, non hai mai sofferto di depressione, avevi amici a scuola e non sei brutta! Cazzo non puoi paragonarti a quei matti che andrai a curare in futuro”

S: “Oh ancora con sta parola! E poi dove diavolo sei stato tu in questi anni; non sai niente di me. Certa gente come te, sembra vivere con i paraocchi; vede solo ciò che vuole. Per me la vita è stata difficilissima invece. Dopo quell’incidente ho dovuto imparare da capo a camminare e a scrivere: Tutte le elementari le ho frequentate fuori con un’insegnate che mi insegnava le cose vecchie che i miei compagni di classe avevano già studiato mesi prima. Ho indossato fino alla 5 elementare con un casco ed una benda all’occhio. Ho vissuto sentendomi dire che mi mancava mezzo cervello e che ero ritardata. All’età di 8 anni a causa dei farmaci portavo già il reggipetto; per poi arrivare alle medie in cui mi ritrovai sola e circondata da persone che mi prendevano in giro. Durante i primi due anni di scuola superiore arrivai a pensare che forse io in realtà non esistevo; che forse io in realtà ero morta durante l’incidente per questo che la gente quando parlavo non mi sentiva e non si girava per rispondermi e parlarmi. Avevo 13 anni. Finalmente a 16 anni incontrai alcuni dei miei primi amici e grazie a loro ne conobbi altri fino ai diciott’anni in cui scoprì un segreto ovvero che dopo l’incidente, buona parte dei miei parenti mi avrebbero preferita morta piuttosto che viva e assomigliare ad un mostro, tanto che mi nascondevano nel sottoscala perchè si vergognavano di me. Dai tredici fino ai sedici anni ero depressa e ne ero cosciente di esserlo ma nessuno mi credeva, anzi mi dicevano che gli psicologi non mi avrebbero di certo aiutata e, come se non bastasse, a causa del mio aspetto già sviluppato mi ritrovai, da sola, ad affronatere le avanche di uomini di 50 anni. Così scelsi di sfruttare la scrittura e  iniziai a scrivere tutti i giorni delle pagine di diario segreto; tanto che finì col scrivere due quaderni. Dopo però grazie alle persone che la vita mi ha permesso di conoscere mi sono risollevata. Ho iniziato a trasformare il mio dolore in arte ed energia; in poesie e storie. Aprì il blog per divulgare le mie esperienze e per dare consigli agli altri. Tuttora molti mi sottovalutano credendo che quell’incidente abbia avuto in qualche modo delle ripercussione nelle mie capacità cognitive, ma ignoro e proseguo. Ad ogni modo so cosa significa affrontare una situazione in solitudine; so cosa implica essere un emarginato e la mia più grande è che qualcuno riesca a passare al suicidio perchè la vita con lui non è stata benevola e non gli ha permesso all’ultimo di conoscere qualcuno. A sto punto, voglio essere io l’amico che mi manca, quello di cui si possono fidare ciecamente e da cui potranno ricevere conforto, consigli e sfogarsi.  Credo possa bastare come spiegazione sul perchè desidero ardentemente diventare psicoterapeuta più di qualsiasi altra cosa.”

I: “Mi dispiace! Ti ha mai detto nessuno che a soli 20 anni, hai già raggiunto la profondità che molte persone raggiungono a 70 anni? Fanne buon uso e non lasciarti pestare dall’empatia e dalla tua grande sensibilità che hai sempre avuto. Permetti a te stessa di vincere questa grande battaglia che potrebbe sembrare la tua vita, e se ci riesci trasformala come sai fare solo tu, in una grande meraviglia da cui tutti possono aspirare consiglio. Fai la psicoterapeuta la tua strada può essere solamente quella.”

S: “Stanne certo! Finchè sarò viva con l’aiuto che potrò dare, proverò a salvare quante più persone possibili che nell’insoddisfazione e nell’ingiustizia si trovano a prendere scelte sbagliate.”

 

Vi ringrazio per la lettura; so che sarebbe bene per me tenere queste cose private dato che sono argomenti molto delicati, ma sono dell’idea che alla gente serva un esempio concreto da cui prendere forza e ispirazione e io sono disposta a mettere a disposizione il mio passato per loro. 🙂

– Stella Mattara

 

Amare

“Amare non significa donarsi i cuori a vicenda, ma significa cercare assieme i frammenti di cuore che entrambi avete perso prima di conoscervi. E forse questo pochi lo capiscono”

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– Stella Mattara

 

Vita

Sto cadendo dondolandoImmagine correlata come le gocce
quando sono in controvento.
Sospiro
sospinto e assente,
mentre nella mente
sento una strana sensazione solamente.
Mai sollievo,
ma solo franca solitudine
che mi accompagna
lungo la strada
la cui fine non è visibile,
a causa della distanza.
E io in quella
scivolo
e
cado.

La difficoltà di esistere
mi ha sempre fiancheggiata,
ma io non demordevo
e ho sempre indossato una giacca
e pur essendo distratta e sconvolta
ho sempre proseguito a testa alta,
perchè io almeno
mi sono amata.

– Stella Mattara